sabato 17 ottobre 2009

Api, assembleapermanentedopo lo stopalle trattative


Dal Messaggero di oggi

FALCONARA - E’ un’assemblea pressoché permanente quella a cui hanno dato vita le rsu Api dopo la rottura di giovedì al tavolo delle trattative. Un situazione precipitata nel pomeriggio, causa opinioni differenti sui tempi della vertenza sul piano industriale da 140 tagli sul personale proposto dall’azienda: Api vuole chiudere entro l’anno e applicare il piano già da inizio 2010, secondo i sindacati la trattativa sarà molto più lunga e complessa. Proprio per questo non è arrivato l’accordo sugli 8 contratti a termine, in scadenza al 13 novembre, da rinnovare - proposta di Cgil, Cisl e Uil - almeno per 6 mesi, in cambio del rinvio degli scioperi. Per Api partire a metà 2010 con il piano di risanamento sarebbe troppo tardi. E così la direzione ha proposto la proroga fino al 31 dicembre. «L’azienda non ha fatto nessuna apertura a dispetto di quanto vuole far credere - sbotta Massimo Duranti, Cgil - Un grande bluff: la trattativa si chiude quando le parti hanno trovato un accordo e non entro l’anno come dai loro programmi. In più, un conto è chiedere una tregua e noi eravamo disposti a rinviare i due scioperi, un conto è di bloccare totalmente tutte le proteste». E così si va avanti con domani e lunedì in sciopero: dalla mezzanotte di sabato alla mezzanotte di domenica, tutti dentro ma macchine al minimo tecnico, mentre per lunedì si sta cercando di organizzare un corteo - informata anche la Questura per stabilire il percorso - coinvolgendo anche gli operai delle ditte esterne. Non si escludono ulteriori manifestazioni: dai blocchi spontanei delle autocisterne, al blocco degli orari in deroga. I sindacati da ieri hanno iniziato i colloqui con i vari reparti per controdedurre il piano aziendale. Tagli previsti anche all’impianto di coogenerazione (-12 posti), depurazione acque (-11) e movimentazione (-12). Personale, in quest’ultimo caso, che viene impiegato in caso di emergenza come ausiliario ai vigili del fuoco interni.

venerdì 16 ottobre 2009

Niente tregua, scioperi confermati
La proroga dei contratti a termine non ferma la protesta, due giorni di stop


Dal Corriere di oggi

Falconara Proseguono a oltranza gli scioperi programmati nell’ambito della vertenza Api, poiché la mediazione in corso, relativa alla proroga dei contratti a termine, non è andata a buon fine. La stessa direzione di Api raffineria ha fatto sapere di avere accettato ieri “la proposta dei sindacati di prorogare fino alla fine della trattativa, ragionevolmente prevedibile entro la fine dell’anno, alcuni contratti a termine in cambio della sospensione degli scioperi già annunciati”. “Una scelta – prosegue la nota ufficiale – fatta nell’ottica di creare un clima costruttivo ed offrire un clima meno teso alla trattativa. Ma le rsu aziendali riunite nel pomeriggio non hanno ritenuto di accogliere la proposta, da loro stessi formulata nei giorni scorsi, replicando con la conferma degli scioperi programmati”. I lavoratori del sito di Falconara dunque incroceranno le braccia sia domenica che lunedì prossimo. Intanto mercoledì sera il sindaco Goffredo Brandoni ha incontrato l’ad di Api raffineria Giancarlo Cogliati. “Abbiamo avuto un confronto diretto e concreto – dice il primo cittadino – nel corso del quale, dovendo prendere atto della pesante crisi che ha investito anche le Marche, mi è stata riconfermata la gravità della situazione anche per quanto riguarda il sito falconarese e la necessità non più prorogabile di prendere misure correttive. Il responsabile della raffineria mi ha peraltro assicurato che i tavoli tecnici con le sigle sindacali sono in corso, che è stato stabilito un calendario di incontri e che e’ fiducioso possano portare buoni risultati”.Cogliati rassicura il sindacoPer ciò che concerne il tema occupazionale il Sindaco ha fatto presente “la forte preoccupazione e l’ aspettativa che Api faccia tutto il possibile per evitare o minimizzare le conseguenze del piano di riorganizzazione adottando ogni misura prevista dall’ordinamento”. Brandoni si è soffermato a lungo sul problema della sicurezza, tema che l’amministrazione comunale “ritiene prioritario” ricevendo l’assicurazione che il piano “non metterà in discussione alcun parametro di sicurezza, tra l’altro facilmente controllabili, e il dovuto rispetto per l’ambiente”. “Ho chiesto inoltre informazioni riguardo le notizie di una paventata chiusura della raffineria di Falconara” spiega il Sindaco che riferisce la risposta di Cogliati: “tali notizie sono false e ciò è dimostrato dalla volontà dell’azienda di continuare con gli investimenti qualora ci fossero i permessi e le condizioni economiche necessarie”. Nello specifico Cogliati ha precisato il numero e la portata degli investimenti potenziali sono tanti: la nuova centrale, il rigassificatore, il rrogetto di utilizzo degli oli vegetali. Quanto al teleriscaldamento l’ad di Api ha confermato che “l’azienda è disponibilissima a prendere in considerazione l’argomento”.

giovedì 15 ottobre 2009

Presunte mazzette

Afghanistan, gli Italiani aiutano i civili e il Times li accusa di pagare i Taliban

Afghanistan, 4 agosto 2008: i francesi assumono la responsabilità dell’area di Surobi, circa 50 chilometri a est di Kabul. Il 4° reggimento Alpini paracadutisti e i Paracadutisti del 185° RRAO (Reggimento Ricognizione Acquisizione Obiettivi), che compongono la cosiddetta Task Force Surobi, lasciano l’area. Passano giusto una decina di giorni e i militari francesi cadono vittime di un’imboscata nella valle di Uzbeen. Il bilancio è durissimo: 10 morti e 21 feriti. Un massacro particolarmente efferato: le cronache riportano di decapitazioni, addirittura quando i francesi sono ancora vivi, e scempi di cadaveri per mano degli stessi talebani che hanno sferrato il pesante attacco.

Passa ancora qualche giorno e i francesi incolpano gli italiani: gli alpini e i paracadutisti, che fino a poco tempo prima avevano presidiato la zona, si erano, secondo i vertici francesi, asserragliati dentro le Fob, le basi operative avanzate, dopo la morte del primo maresciallo Giovanni Pezzulo, avvenuta a febbraio 2008. Gli italiani avrebbero quindi abdicato alla missione di controllo della delicatissima area, “infestata” non solo da gruppi talebani, ma soprattutto dalle milizie dello spietato Gulbuddin Hekmatyar, signore della guerra locale, ex mujaheddin e storico alleato dei talebani.

Oggi, un’altra accusa agli italiani: secondo il quotidiano britannico Times, gli 007 italiani avrebbero pagato mazzette ai talebani in cambio di sicurezza e tranquillità. Non avvertiti del meccanismo in atto da mesi, i francesi, una volta spezzato il “circolo vizioso”, sarebbero stati “puniti” dai talebani della zona. Palazzo Chigi risponde con un comunicato ufficiale, smentendo i pagamenti e ricordando anzi che gli italiani, nel periodo di permanenza nel distretto di Surobi, hanno subito numerosi attacchi. E rilancia promettendo querela. Ora, sarà pure umanamente comprensibile che si vada alla ricerca di un capro espiatorio per una strage così efferata. Tutto ha un limite, però. Tante, infatti, le cose che non sono state dette. E tante quelle travisate.

Il cosiddetto “distretto di Surobi” comprende quattro valli: Maypar, Tezeen, Jegdalek e Uzbeen. Quest’ultima è sempre stata la più “delicata”. A dicembre 2007 i militari turchi lasciano l’area e gli italiani assumono la responsabilità della zona e delle Fob presenti lì. E subito iniziano ad applicare quella che è, ed è sempre stata, la loro strategia: cercare l’appoggio della popolazione. Cominciano con l’individuazione dei malek, i capivillaggio, gli unici, per questioni rigidamente gerarchiche, titolati a trattare con lo “straniero”.

I rapporti più saldi si stabiliscono con il malek della valle di Jegdalek. È un vecchio mujaheddin: i turchi gli hanno promesso che i militari italiani, pieni di soldi, avrebbero esaudito ogni suo desiderio. Il malek, quindi, si presenta con un sorta di “lista della spesa”: chiede scuole, ponti, strade, pozzi, infrastrutture. Gli italiani, che come modus operandi non prendono mai un impegno nei confronti della popolazione se non sono sicuri di poterlo mantenere, decidono di dire la verità: non hanno tutti quei soldi a disposizione, ma faranno il possibile. Il malek, vecchio mujaheddin, resta impressionato dalla sincerità degli italiani e da lì inizia un proficuo rapporto di stima e fiducia reciproca. Che, pare, duri ancora oggi, anche a distanza di un anno dalla partenza degli italiani.

Anche nella valli di Maypar e Tezeen i militari riescono, dopo un lungo e certosino lavoro di graduale “avvicinamento” a stabilire rapporti di salda collaborazione. Solo la valle di Uzbeen resta un po’ più “ostica”. Ma non inaccessibile. Gli italiani, quindi, iniziano a spingersi fin nei villaggi più remoti dell’area. In alcuni di questi gli abitanti non hanno mai visto un militare della coalizione Isaf e capita che li scambino per russi. Il territorio è aspro e inospitale e, quando la neve rende impossibile il passaggio dei mezzi, si percorrono chilometri per portare, a dorso di mulo, aiuti umanitari alle famiglie più povere, assistenza sanitaria e veterinaria.

A volte sono gli stessi malek che si fanno portavoce delle esigenze più urgenti: casi di malattia o di famiglie particolarmente povere a cui dare la precedenza assoluta nella distribuzione degli aiuti.
E comunque, la cellula Cimic (la Cooperazione civile e militare, quella che si occupa della ricostruzione e sviluppo) lavora. Bilancio: nei mesi di permanenza gli italiani costruiscono una biblioteca, una clinica, il locale distretto di polizia, un ponte pedonale sospeso di 70 metri , tre ponti pedonali e trenta pozzi d’acqua potabile, tre scuole, due cliniche veterinarie, una stazione di polizia, un ponte pedonale e ventisei pozzi d’acqua potabile.

In cambio la popolazione segnala, sempre più spesso, depositi illegali di armi (ne vengono smantellati più di cento in quei mesi) e fornisce indicazioni preziose sulla preparazione di imboscate e attacchi Ied, gli ordigni artigianali improvvisati posti al bordo delle strade. Mesi che, tuttavia, non sono proprio “tranquilli” per i militari italiani. Numerosi, infatti, gli scontri a fuoco in cui sono coinvolti. E in uno di questi, il 13 febbraio 2008, viene ucciso il primo maresciallo Giovanni Pezzulo, della cellula Cimic.

A inizio agosto, dunque, gli italiani lasciano il distretto di Surobi ai francesi, che vengono accuratamente avvertiti dei “warning”, le indicazioni di rischio, durante il normale periodo di affiancamento che il comandante che sta per assumere la responsabilità fa con quello che la sta per lasciare. Vengono anche avvertiti del fatto la valle di Uzbeen è delicata e che, all’interno della valle, non c’è copertura radio. Almeno con gli apparati usati comunemente.

I francesi si insediano e la situazione cambia. Gli afghani del posto, che finora hanno avuto un ottimo rapporto di collaborazione con i militari Isaf, sperano di mantenerlo. Ma quando si presentano alla base per chiedere che vengano mantenute le abitudini prese con gli italiani (assistenza sanitaria e veterinaria, donazioni di aiuti) si vedono sbattere le porte in faccia. I francesi, che si sono presentati con assetti pesanti e iniziano a fare rastrellamenti, non hanno intenzione, evidentemente, di mantenere i rapporti “di buon vicinato” con gli abitanti del posto.

Infine, prendono un po’ sottogamba le indicazioni che gli sono state date dagli italiani: si avventurano con le loro radio, senza copertura aerea e con poche munizioni, nella valle di Uzbeen. Entrano attraverso l’unica via d’accesso alla valle, stretta e circondata di montagne, quindi particolarmente adatta alle imboscate, e lì la tragedia. Non riescono a comunicare via radio e chiedere rinforzi, non possono richiedere la copertura aerea e terminano le munizioni. I talebani che li hanno attaccati sono liberissimi di farne scempio.

Insomma, i soldi che gli italiani hanno speso nell’area sono stati sicuramente quelli investiti dal Cimic per la ricostruzione di infrastrutture. Se fossero bastate delle mazzette ai capi talebani per garantire la pacificazione, perché spingersi fin laggiù subendo attacchi e perdite di vite umane? E comunque, ogni volta (ed è capitato molto spesso soprattutto negli ultimi tempi) che gli italiani intervengono per tirare fuori dalle grane militari di altri contingenti, evitano di fare troppa pubblicità per non “sminuire” i “colleghi”. Pare che il politically correct sia rimasto appannaggio di pochi ultimamente.


Carlotta Ricci (L'Occidentale)

martedì 13 ottobre 2009

Sciopero all’Api, Brandoni media
Si è fermato il 99% dei lavoratori.
L’impegno del sindaco: “Farò il possibile per la tutela dei posti”



Dal Corriere di oggi

Falconara E’ cominciato a mezzanotte di domenica lo sciopero dei lavoratori di Api raffineria indetto dai sindacati per protestare contro un piano di 140 esuberi su 460 unità di personale, annunciato all’azienda. L'adesione a quanto pare è stata molto alta, il 99% dei dipendenti, hanno fatto sapere i rappresentanti della Rsu aziendale. Dalle 6 i lavoratori hanno anche allestito un presidio all’esterno dello stabilimento, con cartelli e striscioni in cui chiedono lavoro e sicurezza. La manifestazione si è svolta in modo pacifico e senza intralciare il traffico sulla statale 16 e nel sito sono stati garantiti gli standard di sicurezza, con gli impianti di produzione al minimo tecnico, mentre sono stati fermati i reparti commerciali: piazzali di carico e pontili a mare.Il significato della protestaIl messaggio è chiaro - ha detto Cristian Gatti della Rsu - il piano con i 140 esuberi è improponibile per le sue ricadute occupazionali. E vogliamo anche conoscere le eventuali conseguenze sul versante della sicurezza del sito. Oggi è previsto un tavolo tecnico con l'azienda: In quella sede cominceremo a entrare nei dettagli ha spiegato Gatti. Sempre oggi, nel pomeriggio, una delegazione dei consiglieri regionali del Pdl andrà nello stabilimento e incontrerà la Rsu. “Stiamo cercando di tenere un profilo basso - ha chiarito Massimo Duranti della Rsu - perché non vogliamo creare disagi alla popolazione di Falconara, ma uno sciopero così compatto non si vedeva da 20 anni. E’ un segno forte che la preoccupazione fra i lavoratori del sito falconarese è davvero alta”. L’incontro con BrandoniIeri pomeriggio i rappresentanti sindacali hanno ricevuto il sindaco Brandoni al quale hanno esposto la situazione e chiesto sostegno. “Farò il possibile per la tutela dei posti di lavoro - ha assicurato il primo cittadino - i dipendenti dell’Api hanno fin d’ora la totale solidarietà del Comune e devono sapere tutti che sono al loro fianco”. Il sindaco ha assicurato che si farà tramite con i vertici dell’azienda e chiederà per questo motivo un incontro con l’ad Cogliati. In occasione dello sciopero di ieri il Pd falconarese ribadisce la propria “solidarietà nei confronti di tutti i lavoratori e delle loro famiglie che stanno lottando per mantenere il loro posto di lavoro”.I Democratici ritengono “apprezzabili ed incisivi gli interventi messi in atto dalla Regione e dalla Provincia che cercano di limitare le conseguenze della crisi occupazionale”. “In questa gravissima situazione economica ed occupazionale - ha scritto il coordinatore comunale Franco Federici - è necessaria anche una concertazione tra le istituzioni e tutte le componenti del mondo del lavoro, cercando insieme la via più breve per uscire da questa crisi”.Secondo Federici è particolarmente preoccupante “l’ipotesi, ventilata dalla raffineria, di licenziare addirittura un terzo della forza lavoro che dimostra l’improvvisazione dell’Azienda nel gestire la difficile crisi in atto”. Il Pd invita pertanto l’Api a rivedere la propria posizione che può mettere a repentaglio anche la sicurezza del sito e del territorio. “Chiediamo - ha proseguito Federici - che l’azienda valuti la possibilità di riassorbire gli eventuali esuberi di personale nella gestione e nella manutenzione del nuovo rigassificatore già previsto a largo delle acque di Falconara, ritenuto dalla Regione compatibile con il Pear e l’opportunità di investire nelle fonti alternative rinnovabili, come ha già fatto e farà in altre zone dell’Italia (centrali fotovoltaiche a Pollenza ed in Calabria), rinunciando a perseverare in una politica energetica già superata ed obsoleta”. Il Pd di Falconara chiederà di incontrare i rappresentanti della Rsu “per valutare insieme, senza alcun atteggiamento strumentale, le ragioni della crisi aziendale in atto e le possibili vie di uscita”.