martedì 27 agosto 2013




Giusto attaccare la Siria? Sarà ma qualcosa non torna…



Seguo con crescenti perplessità, l’escalation che sta portando l’Occidente – o perlomeno Stati Uniti e Gran Bretagna – verso l’intervento militare in Siria.
Il casus belli (le armi chimiche) è molto mediatico ma non del tutto convincente. Per quale ragione Assad avrebbe dovuto usare le armi chimiche, sapendo da tempo che Obama non le avrebbe tollerate? E’ come se un conducente lanciasse l’auto a 200 km h allora in una zona in cui il limite è 80, pur essendo stato informato della presenza di un autovelox e, dietro l’angolo, di un posto di blocco. Non ha senso.
La priorità assoluta di Assad è di evitare qualunque provocazione nei confronti degli Stati Uniti, essendo consapevole che solo un intervento dal cielo degli occidentali potrebbe costringerlo alla resa, come avvenuto con Gheddafi. E’ inverosimile che a Damasco siano tutti impazziti. D’altro canto, come ha ricordato a Rainews 24 un ottimo giornalista quale Alberto Negri, gli osservatori non hanno più la certezza che tutti i depositi di arllmi chimiche siano ancora nelle mani del regime. Dunque i ribelli i potrebbero controllare quantitativi di gas sufficienti per provocare la strage che sta indignando il mondo.
Quei ribelli che più di ogni altro hanno interesse a coinvolgere gli americani nella guerra civile. Vuoi vedere che… Il mio è solo un dubbio, ma plausibile se si considera che c’è un precedente, proprio in Siria, quando l’opinione pubblica internazionale attribuì la responsabilità di uno dei peggiori massacri di questa strana e sporchissima guerra a coloro che in realtà erano le vittime.
La seconda perplessità riguarda la tempistica. Chi segue la stampa specializzata sa che i generali americani sono contrari a un intervento, tanto più se affrettato. Certo, hanno preparato i piani di intervento e sono pronti; ma in queste ore sconsigliano Obama dall’andare avanti. Eppure non sembrano trovare ascolto.
Nelle ultime 72 ore gli spin doctor della Casa Bianca stanno facendo rullare i tamburi per preparare l’opinione pubblica a un intervento moralmente doveroso, giusto, solidale, alternando indiscrezioni allarmiste (raid entro 48 ore!) a rassicurazioni formali (nulla è deciso, decideremo con la comunità internazionale). Un copione già recitato in passato e di sicuro effetto. L’intervento o è già stato deciso o, comunque, è in cima all’agenda presidenziale.
E allora bisogna chiedersi che cosa spinga davvero Obama e i suoi consiglieri a ignorare la saggia ritrosia del Pentagono. Quali gli scopi reali? Perché questa urgenza? Quali le motivazioni strategiche, sono economiche o geopolitiche? O dobbiamo credere che il sempre più probabile attacco alla Siria serva (anche) a far dimenticare il tragico pasticcio egiziano?
(M.Foa- Il Giornale)



Se il Titanic Italia non cambia rotta

Decadenza è la parola giusta per indicare il fatale sfacelo verso cui sta andando da anni l'Italia


Decadenza è la parola giusta per indicare il fatale sfacelo verso cui sta andando da anni l'Italia. Lasciate fuori le valutazioni di parte e osservate il caso B.
con occhio alieno. Concitate discussioni, fiumi di scritti, trattative, leggi, leggine, un'infinita sequela di scazzi. Ma la nave procede verso il punto di naufragio con meticolosa precisione come se fosse scritto nella sua scatola nera lo scoglio esatto su cui si infrangerà. Tutto l'equipaggio, magistrati, politici, autorità portuali e vedette a mezzo stampa, la stanno portando da anni esattamente in quel punto, gridando a turno al disastro. Nessuno esce dal ruolo assegnatogli dal fato, nessuno spezza il giogo. Come in una tragedia greca, il destino è prescritto.
Lo Schettino Collettivo, cioè l'anima italiana desiderosa di esalare, punta diritto allo scoglio. Pure Letta che saggiamente ripete «noi andiamo avanti», procede verso l'urto fatale sbrigando le pratiche per il disastro. Agitatori, mediatori e noncuranti, nella loro dissonanza, producono insieme l'effetto-orchestra sul Titanic. A questo punto, dopo aver esperito l'impossibilità di salvare il salvabile e non volendo rassegnarci al si salvi chi può, proviamo l'osceno desiderio dell'Impatto. Andiamo verso l'apocalisse cantando. Non per godere la rovina dei filistei o la vendetta dei farisei. Ma perché dopo così lunga incubazione e mostruosa gravidanza non resta che toccare il punto zero. Che tutto crolli perché poi qualcosa di nuovo nasca. E se non siamo di quell'opinione, saremo comunque di quella sorte.

Non spingete l'Italia in un'altra guerra inutile

(A.Sallusti-Il Giornale)

Chiunque, per quanto cinico e indifferente, comprende la tragedia della Siria con i suoi morti ammazzati, i bambini orfani, le città devastate da perduranti violenze. E chiunque avverte l'esigenza di non rimanere inerte di fronte allo scempio.

Ma la domanda che bisogna porsi, e che merita una risposta lucida, è la seguente: cosa fare di concreto per aiutare un popolo dilaniato dalla guerra civile?
Gli Stati Uniti, sollecitati da più parti, meditano di intervenire militarmente. Anzi, hanno già deciso di mobilitarsi. L'Inghilterra, loro cugina inseparabile, pensa di fare altrettanto. Ed entrambi i Paesi, manco a dirlo, chiedono all'Europa di partecipare alla spedizione, a parole umanitaria. Si può fare? Tutto si può fare, ma conviene? E conviene a chi? L'Europa non ha una politica estera condivisa, ogni Stato membro pedala per conto proprio. La cancelliera Angela Merkel, anche se si considera una regina, rappresenta solo se stessa ed è troppo impegnata in campagna elettorale per assumere la leadership continentale.
Barack Obama ha ricevuto il Nobel per la pace senza aver fatto nulla per la pace, e ora crede di risolvere il problema siriano con le armi. Non gli è bastata l'esperienza dell'Irak? Anche noi (io personalmente) ci illudevamo che fosse esportabile la democrazia in Paesi che non sanno neppure che cosa essa sia. Oggi constatiamo che l'eredità di Saddam Hussein è stata gestita dai militari al peggio: la situazione a Bagdad è disastrosa e minaccia di ulteriormente degenerare.
Dodici anni di combattimenti in Afghanistan non hanno prodotto lo straccio di un regime accettabile. E abbiamo visto i risultati ottenuti in Libia: una guerra incomprensibile, chiamata di liberazione, che ha portato all'uccisione di Muammar Gheddafi, i cui successori si sono rivelati suoi epigoni, forse più crudeli di lui. Noi italiani siamo stati costretti, tirati per i capelli, a scendere in battaglia e abbiamo abbandonato sul campo contratti vantaggiosi dei quali si è appropriata la Francia. Bell'affare.
Abbiamo sparpagliato contingenti di nostri soldati in mezzo mondo, dal Libano al Kosovo fino alla Somalia, spendendo montagne di miliardi senza avere alcunché in cambio. Perdite, perdite, soltanto perdite. Di vite umane e di quattrini. E che dire dell'Egitto? Abbiamo ingenuamente salutato la deposizione di Hosni Mubarak come l'inizio della primavera araba. Abbiamo applaudito entusiasti ai rivoluzionari, convinti che grazie a loro il Medio Oriente sarebbe risorto, lasciandosi alle spalle una tradizione secolare di dispotismo sostenuto da pretesti religiosi. Abbiamo sbagliato tutto e non abbiamo capito nulla di quelle terre infernali dove esistono solo il petrolio e un fanatismo malvagio e feroce: terrorismo, teste tagliate, stragi.
Nonostante ciò continuiamo ad avere la presunzione di possedere la forza per educare certa gente alla democrazia, piegandola agli schemi occidentali, peraltro imperfetti, vecchi e stantii nonché bisognosi di profonde revisioni. Non ci vengano a chiedere, statunitensi e inglesi, di aderire a una grande alleanza per sconfiggere i cattivi che seminano odio e morte in Siria, quando non siamo in grado di identificare i cattivi separandoli dai buoni. Chi sono i buoni e chi sono i cattivi?
Inutile e dannoso tuffarsi in acque torbide sognando di ripulirle con la nostra presenza di infedeli, giudicati tali, perlomeno, da coloro che vorremmo soccorrere. Non abbiamo né i mezzi né la voglia di buttarci in un conflitto del quale vediamo gli effetti, ma ignoriamo le cause. Prima regola, non mettere il becco in casa d'altri. Seconda regola, certi contenziosi giova che siano i litiganti stessi a dirimerli secondo il loro stile. Una nostra ingerenza complicherebbe soltanto il raggiungimento di una pace, fra l'altro improbabile.


Violento nubifragio si abbatte su Ancona
allagamenti nella zona di Castelfidardo


ANCONA - Nubifragio su Ancona e l'hinterland del capoluogo. Da pochi minuti il cielo si è oscurato e, tra tuoni e fulmini, è iniziato a piovere in maniera violenta. Primi allagamenti a Castelfidardo, in via Jesina, vicino alla rotatoria Oasi. Si teme per la zona di Marcelli, sotto il livello del mare, ancora piena di turisti.
Martedì 27 Agosto 2013 - 16:37 (Il Messaggero)

Il golpe legale e quelle necessarie larghe intese contro la vecchia magistratura politicizzata


Perché pacificazione


Da Mani pulite in poi. Storia del patto scellerato (e inconfessabile) tra la politica, le procure e i giornali che i politici di oggi fingono ancora di non vedere


L’obbligatorietà dell’azione penale genera mostri; il più colossale, e vergognoso, dei quali – che ha, di fatto, trasformato la nostra Repubblica in una Repubblichetta delle banane nelle mani di caudilli in toga – è la distinzione, che una parte della magistratura fa, quando apre un fascicolo su qualcuno, fra “chi non sapeva”, che è ontologicamente non colpevole (innocente in se stesso), e chi “non poteva non sapere”, che è teoricamente colpevole (per deduzione accusatoria). E’ con la (legittima) autonomia e indipendenza di cui giustamente gode – ma anche, diciamolo, con discrezionalità e arbitrarietà spesso extra legem e contro ogni senso comune – di propendere per l’una o per l’altra delle due interpretazioni che essa tiene sotto permanente ricatto chiunque ed esercita il suo dominio sul paese. La politica, a sua volta, per viltà e quieto vivere, ha abdicato alle proprie funzioni.
D’altra parte, non saremmo il paese che siamo se la parte della magistratura politicamente radicale e impegnata non godesse di certe complicità fra gli stessi soggetti ricattabili. Diciamola, allora, tutta. Tangentopoli e Mani pulite non sono state (solo) l’auspicabile lavacro di un paese allora devastato dalla diffusa corruzione, ma (anche, e soprattutto), al riparo della legalità, un golpe, il sovvertimento di ogni ordine costituzionale, legale e politico razionale. Il “controllo di legalità”, che qualcuno, adesso, vorrebbe addirittura assegnare alla magistratura inquirente, è il modo col quale ogni regime illiberale tiene sotto il proprio tallone la propria popolazione e sovrintende ad ogni zona grigia nei comportamenti regolati dalla moralità individuale e da principi etici universalmente riconosciuti nei paesi di più matura democrazia liberale. Il controllo di legalità sarebbe l’ultimo passo verso il totalitarismo di un cammino già da tempo in corso.
Come ha scritto Guido Carli, un ex presidente della Confindustria (!), nelle sue memorie, il mondo degli affari aveva compensato l’ingresso dell’Italia nella Comunità europea, e l’apertura del suo mercato alla concorrenza esterna, con la complicità col mondo della politica e la diffusione della corruzione; di fatto, le tangenti avevano cancellato il mercato interno e ogni possibilità di corretta concorrenza. Con Tangentopoli e Mani pulite, la magistratura aveva cercato di fare piazza pulita del malcostume imperante ma – per le ambizioni politiche, o la vanità, di alcuni dei suoi stessi esponenti – ne era stata, a sua volta, coinvolta e politicamente inquinata. Non c’era alcun uomo d’affari che, per la natura stessa delle sue attività, non avesse qualcosa da nascondere al principio di legalità. Chiunque, perciò, avrebbe potuto finire nella rete di Mani pulite e potrebbe ancora cadere sotto la mannaia del “non poteva non sapere”. Dipendeva (dipende) unicamente dall’obbligatorietà dell’azione penale e dal conseguente incontrollato potere discrezionale, leggi arbitrarietà, di cui la magistratura disponeva e dispone. Né ne era esente alcun partito politico, come avrebbe detto Bettino Craxi in un memorabile discorso alla Camera nel 1993. Ma nessuno gli aveva dato retta; Dc e Pci avevano pensato di potersene tenere fuori e di guadagnarci persino in reputazione e voti; Craxi sarebbe morto in esilio, cui l’aveva condannato l’accusa, peraltro da lui stesso confessata in Parlamento (!), che “non poteva non sapere”; il Partito socialista, con tutti gli altri, era stato spazzato via a vantaggio di uno solo, il Pci, che avrebbe cambiato nome per la bisogna e per opportunismo, ma non avrebbe mai vinto le elezioni, né riflettuto su se stesso e la propria storia.
Nacque, così, tacitamente una sorta di pactum sceleris fra il mondo dell’informazione – di proprietà di quello degli affari non sempre esente da qualche peccato, piccolo o grande che fosse – e la parte della magistratura interessata a sovvertire gli equilibri politici esistenti e a portare al governo il Partito comunista che ne era rimasto fuori per i suoi rapporti con l’Unione sovietica dalla quale aveva ricevuto sostegno finanziario, peraltro senza che a nessun magistrato fosse mai venuto neppure in mente di aprire un relativo fascicolo sul caso. “Voi – dissero i media a magistrati ormai più interessati a cogliere e a mettere a frutto la portata sovvertitrice dell’alleanza che veniva loro proposta e ad accrescere il proprio potere che ad amministrare la giustizia – tenete fuori da Mani pulite i nostri editori e noi vi aiutiamo a mettere le mani, e a far fuori, i loro concorrenti e ad attribuire tutta la responsabilità della corruzione alla politica; fidatevi, sosterremo la vostra azione”. Fu ciò che puntualmente avvenne.
Dietro la parvenza di un’informazione “civile”, e legalitaria, si consumò la condanna dello stato di diritto, si realizzò la trasformazione dell’Italia in un paese nelle mani di una magistratura inquirente e di un sistema informativo che ignoravano l’Habeas corpus e istruivano processi e comminavano condanne sulle pagine dei giornali prima che a farlo fossero i tribunali. I giornalisti che si occupavano di vicende giudiziarie diventarono il megafono delle procure e, dalla santificazione di un uomo ambiguo come Antonio Di Pietro, acquistarono, a loro volta, un potere di pressione nei confronti dei loro stessi direttori. La cui permanenza al proprio posto, da quel momento, sarebbe dipesa dal grado del loro rispetto del pactum sceleris e dallo spazio dato a scandali e ruberie senza, però, che se ne spiegassero le ragioni intrinseche alla estensione dei poteri pubblici, come, in realtà, era. Spuntarono i direttori di professione, uomini d’ordine – che passavano, indipendentemente dalla loro linea politica, da una testata all’altra, come i questori passano da una città all’altra col compito di evitare disordini – per i quali la linea editoriale era quella fissata dal pactum sceleris.
Il giornalismo entrò in coma e, poco per volta, morì per carenza di pensiero; forse, per la natura dei rapporti di produzione capitalistici, direbbe Marx, non era mai stato libero e indipendente come qualche anima candida aveva preteso fosse; ma, almeno, fino a quel momento, aveva conservato una accettabile funzione informatrice e, in se stessa, liberatoria e una parvenza di dignità rispetto a quello dei paesi di socialismo reale. Di questo ha via via assunto la funzione, invece di darle, di nascondere ai lettori le informazioni e le idee non gradite al regime, mantenendoli in uno stato di permanente ignoranza e soggezione. Ad esso sta progressivamente assomigliando sempre più, senza che nessuno, né editori, né giornalisti mostri di accorgersene e di preoccuparsi. E, poi, si dice – senza aggiungere a quali, ad evitare anche solo di alludere al pactum sceleris – che gli italiani sarebbero incapaci di mantenere fede ai patti.
(P.Ostellino-Il Foglio)