martedì 19 novembre 2013



Bretagna, esplode la rivolta dei berretti rossi


Venerdì, 8 novembre 2013 
da Affari Italiani


Dopo anni di insofferenza legata al malcontento generale, i bretoni sono scesi in piazza per protestare contro prigi e il governo Hollande.

Il pretesto ha riguardato l’aumento delle tasse sui prodotti agricoli, settore sul quale si regge  gran parte del popolo Bretone. Una piccola protesta, iniziata da una singola categoria, si è però trasformata ben presto in una rivolta generale dell’intera regione, da sempre costretta "ostile” al governo Parigino.

In segno di protesta il popolo Bretone, si è coperto il capo con berretti rossi, dando il via a una vera e propria organizzazione, la quale è arrivata anche nelle città di Rennes e Brest.

La situazione è tutt’altro che tranquilla: gli scontri sono all’ordine del giorno.

FORSE IN NORD EUROPA

Roma, 89 superstiti di Lampedusa abbandonano centro accoglienza: "Spariti"

(Libero quotidiano)

Che fine hanno fattogli 89 superstiti del naufragio di Lampedusa ospitati da un ente d'accoglienzaromano? Nessuno lo sa. I superstiti (quasi tutti eritrei, 88 uomini e una donna) se ne sono andati senza preavviso e senza una spiegazione. Eppure quando il 12 novembre sono arrivati a Roma con un volo Mistral, la macchina della solidarietà era stata contenta di dargli il benvenuto, presente il sindaco Ignazio Marino. Gli 89 africani, sopravvissuti alla tragedia del 3 ottobre dove hanno perso la vita 366 persone, hanno tagliato la corda nel giro di una settimana. Il 18 novembre l'Assessorato al Sostegno Sociale e alla Sussidiarietà ha confermato che "sono andati via tutti o quasi tutti". "Hanno abbandonato il centro in cui li avevamo ospitati in varie tranche - spiega un portavoce dell'assessorato -. Può essere che molti di loro volessero raggiungere il Nord Europa, magari dove già hanno parenti". Nulla di illegale, sostengono dal Campidoglio: i profughi "sono liberi di andarsene dal centro di accoglienza e - specificano -, quando otterranno lo status di rifugiati politici, saranno liberi di andarsene anche dall’Italia".
L'ospitalità - Gli 89 eritrei erano stati accolti presso l'Istituto Teresa Gerini dei Salesiani. Tutti insieme "perché la tragedia li aveva uniti", dicono. La macchina della solidarietà prevedeva un kit d'accoglienza(shampoo, sapone, asciugamano, una cartina della città, una scheda telefonica internazionale) e una diaria di 35 euro al giorno per 6 mesi (dei quali 7 offerti dal Comune di Roma). "Non erano prigionieri, erano ospiti del centro", abbassano i toni dal Campidoglio. Insomma, nessun problema: "I loro posti verranno dati ad altri richiedenti asilo - è la risposta ufficiale -, perché vogliamo proseguire nella politica di accoglienza in discontinuità col passato".




Arresti domiciliari
per le ladre di vestiti



FALCONARA - I carabinieri della Tenenza di Falconara hanno arrestato per furto aggravato due donne di 41 e 24 anni sorprese dopo aver asportato capi di abbigliamento del valore complessivo di 90 euro dal centro commerciale Iper Simply. La ladre, di origine straniera, sono state accompagnate in caserma per tutti gli accertamenti. La refurtiva è stata recuperata e restituita ai proprietari. Per le due donne sono scattati gli arresti domiciliari in attesa dell’udienza di convalida in tribunale.

 (Corriere Adriatico)

venerdì 1 novembre 2013



LO DICE ANCHE OBAMA

Gli sciacalli dell'Ue: così la Germania ha derubato gli italiani

Per otto anni i tedeschi hanno sforato i limiti europei sull'export, inguaiando l'Italia. E Barack accusa: crisi dell'euro colpa della Merkel


Ieri, vigilia del compleanno del trattato di Maastricht (in vigore dal 1° novembre 1993), Bruxelles ha fatto un omaggio al governo bavarese: il progetto di legge per imporre un pedaggio sulle autostrade salvo poi rimborsare, per via fiscale, i residenti, non viola i principi dell’Unione Europea. E poco importa se un autostrasportatore italiano dovrà pagare di più del collega del Nord. Anche così, nelle piccole (neppur tanto piccole) cose, così come nelle grandi scelte di politica economica di Berlino, accusata ieri dal rapporto del Tesoro Usa di essere «la vera causa della crisi dell’eurozona». «Accusa incomprensibile», ha replicato stizzito il portavoce del governo tedesco, fingendo di non capire la situazione che, al di là dell’ottimismo ufficiale, resta ad alto rischio per tutti, ma per noi italiani ancor di più. Come dimostra, tra l’altro, il calo dell’inflazione: all’apparenza una buona notizia, in realtà un’ipoteca pesante sui consumi e l’occupazione. Ma proviamo a rinfrescare la memoria dei partner tedeschi. E dei nostri politici.
a) Tra i tanti protocolli sfornati dall’Unione Europea e agitati il più delle volte contro l’Italia figura il Mip, che sta per Macroeconomic Imbalance Procedure che, in sintesi, è un cruscotto che segnala gli scostamenti di un Paese dalla retta via. Quando si va fuori strada, scatta l’Alert Mechanism Report, una sorta di spia dell’olio. Ebbene  il primo dei parametri da rispettare è quello di «non superare per tre anni di fila» un surplus commerciale superiore al 6% del pil. Ebbene, nel 2012, l’attivo della bilancia tedesca è sceso ai minimi dal 2005 al 6,1%.  Ovvero, per almeno otto di fila la Germania ha accumulato un attivo commerciale superiore a quello consigliato per evitare squilibri all’interno della Comunità. Invece di promuovere i consumi interni, e così favorire gli acquisti dei Paesi in deficit, la Repubblica Federale ha pigiato sul pedale dell’export a manetta.
b) Qualcuno ha protestato? Forse sì. Ma sottovoce. La cosa assurda è che a vigilare sul rispetto del protocollo comunitario sono incaricati 13 Paesi, tra cui c’è l’Italia ma non la Germania. Chissà perché nessuno, all’interno della Ue, ha alzato la voce per obbligare Angela Merkel a rispettare le regole che ha voluto. E così sono stati gli americani a perder la pazienza. Ma a loro cosa importa? E come è possibile accusare per anni la Cina di danneggiare il mondo con tassi di cambio troppo bassi per poi rivolgere la stessa accusa alla Germania per l’euro troppo forte? Sembra assurdo. Ma non è così. Per spiegarlo, può servire un’altra cifra: nel 2008, prima della crisi Lehman, l’area euro registrava un deficit commerciale con il resto del mondo  di 100 miliardi. Oggi è in attivo di 300 miliardi.
c) Qual è il segreto di questo successo? Solo la qualità delle merci tedesche? No. In realtà, dopo le perdite accusate in Usa, le banche tedesche hanno ritirato con grande rapidità i fondi investiti, per sfruttare i maggiori rendimenti,  in Sud Europa e  in Irlanda. L’Italia, assieme ad altri, si è trovata costretta a comprimere i consumi per raggiungere, come è avvenuto, un surplus e ripagare i debiti. Una politica virtuosa («in economia è un peccato essere virtuosi» scriveva John Maynard Keynes) che avrebbe funzionato se la Germania avesse adottato una politica espansiva, gatrantendo lavoro e consumi al resto dell’Europa. Al contrario, da Roma a Madrid il surplus è stato ottenuto solo stringendo la cinghia, ovvero tagliando le importazioni. Ma quanto può durare una situazione così squilibrata? Fino a quando il mondo è disposto a comprare da un’economia che a sua volta non vuole comprare?
d) Sembrano temi distanti dalla vita quotidiana. Ma non lo sono. La combinazione tra l’euro forte, garantito dal surplus commerciale, e i consumi che stentano ha alimentato la peste dell’economia: la deflazione. L’indice dei prezzi è salito a ottobre  solo dello 0,7%, come non capitava dal momento più buio della recessione del 2009. Eppure, a inizio ottobre, si sa, è aumentata l’Iva tra le tante proteste di chi scommetteva su un’impennata dell’inflazione a conferma che sono in molti a non aver ancora capito che il vero pericolo è l’opposto.
e) Prezzi sempre più bassi che convincono le famiglie a rinviare gli acquisti («perché cambiare macchina adesso se tra un anno me la venderanno a meno?») e a risparmiare, per paura, sempre di più. Salvo poi andare a caccia degli investimenti meno rischiosi e redditizi: la logica del materasso, insomma. Così si crea «la trappola della liquidità»: nessuna impresa prende a prestito denaro perché non trova occasioni redditizie per investire. I giapponesi conoscono bene questa situazione. Dal 1990 il Paese vive con un tasso di inflazione vicino a zero o anche sotto ma, nonostante una spesa pubblica enorme, l’economia non riparte. Per questo Tokyo ha cambiato rotta: stampare moneta e metterla in tasca alla gente perché ritorni a spendere, è la parola d’ordine. E il cambio? Vada giù, così si esporterà e si lavorerà di più.
f) L’Europa continua a seguire la ricetta opposta. Anzi, segnala Morgan Stanley, il rischio è che per rispettare i prossimi parametri dell’Unione Bancaria, le banche europee richiamino nel Vecchio Continente i soldi investiti fuori, con nuovi effetti recessivi per l’economia mondiale. Si sperava che la Germania avrebbe cambiato rotta dopo le elezioni. Ma, da quel che se ne sa, i partiti sono incerti anche sull’istituzione del salario minimo che, pare, dovrebbe essere fissato sulla tariffa di 7,5 euro all’ora. Perché nella Germania dell’austerità che medita di raggiungere il pareggio di bilancio in anticipo sulla tabella imposta dall’Europa, una parte non trascurabile dei lavoratori guadagna di meno. Forse assai di meno. Difficile, con questi presupposti, che si possa prevedere un boom dei consumi privati. O tantomeno degli investimenti in infrastrutture o nei servizi: Berlino (così come Monaco) non ci sente dall’orecchio della liberalizzazione dei servizi.
g) Ecco spiegate le critiche «incomprensibili» avanzate dal Tesoro Usa. In passato i Key finding, cioè i Paesi problematici, erano quelli asiatici, tipo la Cina accusata di tenere artificialmente basso il cambio. Ora Pechino, spaventata dai problemi del debito Usa, si accinge a favorire le riforme interne, tra cui spicca quella di favorire i consumi rispetto alla crescita geometrica dell’export. Berlino, invece, si ostina a pensare che il debito sia un peccato (non a caso in tedesco la parola è la stessa) da espiare: sarebbe il caso di spedire una copia del Mip, rilegata (non badiamo a spese), alla Cancelliera di tutta Europa.
(Da Libero)

sabato 26 ottobre 2013


Nel punto cieco dell’occidente



Il liberal John Allen decifra la “guerra globale contro i 

cristiani”. Nonostante i 100 mila 

morti all’anno, resta “il segreto meglio conservato al 

mondo”. Perché non vogliamo 

sentir parlare di questi paria?



Alcuni giorni fa il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo si è recato a Nis, nel sud della Serbia, assieme ai rappresentanti cattolici, per una solenne cerimonia in occasione dei 1.700 anni trascorsi dall’Editto di Milano. A Nis nacque l’imperatore Costantino, che nel 313 d. C. emanò il documento che pose fine alle persecuzioni dei cristiani e segnò l’inizio della tolleranza religiosa moderna. Un documento che Bartolomeo ha definito “una svolta nella storia dell’umanità”. La cerimonia di Nis è stata scelta anche per denunciare l’“epurazione” dei cristiani del medio oriente.
Dopo il trentennio 1921-1950 dei gulag sovietici, dopo le persecuzioni del clero da parte dei nazisti, dopo la guerra civile spagnola, oggi stiamo assistendo all’ultimo capitolo della “Global war on Christians” (Random House), la nuova guerra globale contro la cristianità. E’ questo il titolo del nuovo libro di John Allen, il più noto vaticanista americano e commentatore sui media globali. Il libro del liberal Allen ha numerosi meriti. Il primo è quello di sfatare il mito regionalista degli eccidi cristiani, ovvero l’idea che siano morti legate a conflitti locali, senza cause religiose. Si tratta, scrive Allen, di un “conflitto globale” e soprattutto di “odium fidei”, di morti per odio della fede.
Secondo Allen, “la persecuzione dei cristiani è la storia religiosa più drammatica di questo inizio XXI secolo. I cristiani sono senza dubbio il gruppo religioso più perseguitato del pianeta”. Una tesi confermata dalle ong che si occupano di minoranze. “La cristianità rischia di essere spazzata via in alcuni paesi”, dichiara il rapporto uscito questa settimana per Aiuto alla chiesa che soffre, organizzazione di riferimento del Vaticano sulla persecuzione delle minoranze. “Oppressione ed esodo minacciano lo status del cristianesimo come religione mondiale”.
John Allen cita i numeri del demografo Todd Johnson, secondo il quale dal 2000 a oggi, ogni anno ci sono stati in media centomila morti cristiani. Secondo il centro per lo studio del cristianesimo del Gordon- Conwell Theological Seminary nel Massachusetts, ogni ora undici cristiani vengono uccisi in qualche parte nel mondo per la loro identità. “Il mondo sta assistendo alla nascita di una nuova generazione di martiri cristiani”, spiega Allen. “La carneficina in corso su vasta scala è tale che essa rappresenta non solo la più drammatica storia cristiana del nostro tempo, ma forse la principale sfida ai diritti umani”.
Oltre a enucleare lo sterminio per fede dei cristiani, Allen indica un paradosso.“Immaginate se i corrispondenti di guerra alla fine del 1944 avessero raccontato la battaglia delle Ardenne senza spiegare che si trattava di un punto di svolta nella Seconda guerra mondiale. O se i giornalisti economici avessero raccontato il tracollo di Aig nel 2008 senza dire che ha sollevato domande sui derivati e sui mutui sub-prime e che poteva presagire una grande implosione finanziaria? La maggior parte delle persone direbbe che i giornalisti non sono riusciti a fornire il giusto contesto per comprendere la notizia. Eppure, questo è ciò che abitualmente i media fanno quando si tratta di persecuzione contro i cristiani in tutto il mondo. Per questo la guerra globale contro i cristiani resta la più grande storia mai raccontata dei primi anni del XXI secolo”. Secondo la Società internazionale per i diritti umani, un osservatorio laico con sede a Francoforte, “l’ottanta per cento di tutti gli atti di discriminazione religiosa nel mondo oggi sono diretti contro i cristiani”.
L’occidente non vuole sentir parlare di questi paria, sforzandosi quasi di espiare il proprio passato coloniale. L’idea del libro ad Allen è venuta da una conversazione con il cardinale americano Timothy Dolan, in cui il prelato americano disse che i cristiani “devono imparare a raccontare le loro storie” di persecuzione, come “la letteratura dell’Olocausto”. Già nel 1997, l’autore americano Paul Marshall ha scritto che la persecuzione contro i cristiani è stata “quasi del tutto ignorata dal mondo”. Da allora gruppi di pressione e organizzazioni di soccorso sono emerse e si battono per i cristiani, e di tanto in tanto la persecuzione anticristiana finisce sulla copertina dell’Economist o del Time. “Ma nel complesso, la guerra ai cristiani resta il segreto meglio conservato al mondo”, scrive Allen. Dove nasce questa congiura del silenzio?

L’ostilità laicista
“Nell’ambiente laico diversi fattori si intersecano a spiegare l’indifferenza verso la persecuzione globale dei cristiani. In primo luogo, i laicisti sono sorprendentemente ignoranti su argomenti religiosi. C’è poi una ostilità verso il cristianesimo, inclini a vederlo come un agente di repressione, non la sua vittima. A evocare la ‘persecuzione religiosa’ convengono le immagini delle Crociate, dell’Inquisizione, delle guerre di religione, di Bruno e Savonarola, dei processi alle streghe di Salem. E’ l’ora per il pensiero laico di superare ‘Il Codice da Vinci’”. Ma il vero motivo è ancora più profondo, dice Allen, ovvero la persecuzione anticristiana “cade esattamente nel punto cieco dell’occidente”. Le vittime sono “troppo cristiane” per eccitare la compassione di sinistra, “troppo straniere” per interessare alla destra. “I liberal celebrano i martiri dei regimi di destra in America latina, ma non sono disposti a riconoscere la realtà di odio anticristiano nella Striscia di Gaza controllata da Hamas, o il modo in cui regimi di sinistra fanno spesso dei cristiani i loro primi obiettivi”, scrive Allen.
Non è soltanto l’islam, infatti, ad aver dichiarato guerra alla croce (espressione che l’ecumenico Allen non usa ma insinua fra le pagine). La comunista Corea del nord è il luogo più pericoloso al mondo per un cristiano, dove circa un quarto dei quattrocentomila cristiani del paese si ritiene viva in campi di lavoro forzato per il loro rifiuto di aderire al culto nazionale del fondatore Kim Il-sung. Dal momento dell’armistizio nel 1953, che ha diviso la penisola coreana, circa 300 mila cristiani in Corea del nord sono scomparsi e sono presumibilmente morti.
In medio oriente la Siria è l’odierna capitale dell’eccidio cristiano. A Maalula, dove ancora si parla la lingua aramaica di Gesù, si sono appena registrati tre martiri. Gli islamisti hanno intimato a tutti i presenti cattolici in una casa di convertirsi alla religione di Maometto, pena la morte. Sarkis el Zakhm ha risposto ai terroristi: “Sono cristiano e se volete uccidermi perché sono cristiano, fatelo”. Il giovane è stato ucciso a sangue freddo, con gli altri due. E mentre secondo l’organizzazione Open Doors “se le cose continuano così nel 2020 in Iraq non rimarrà neanche un cristiano”, in Egitto le campane delle antiche chiese di Minya sono rimaste mute per la prima volta in duemila anni. Lo ha ben detto Peter Bergen alcuni giorni fa sulla Cnn: “Ci sono stati cristiani in medio oriente dai tempi di Gesù. Ora quella storia vecchia duemila anni è in pericolo”.
Quelli dei nuovi martiri appaiono come volti perduti, volti acefali, senza crocifissione, senza stigmate, sono comparse in modo vago e breve sulla stampa italiana e internazionale, inquinati dalla faciloneria giornalistica, annullati dal secolarismo iconoclastico, vittime di una guerra combattuta a fari spenti dall’internazionale islamista, vittime di una persecuzione globale e amorfa, ma per questo non meno mostruosa.